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Novembre sui libri – Seconda parte

- Libri -


Novembre sui libri – Seconda parte

Novembre sui libri continua con altri sei titoli tutti da scoprire: Manicure corner, Primi riti del dolce sonno, Lontano da ogni cosa, La fragilità dei corpi, In prima persona e Alluminio. Insieme alla seconda parte della rassegna letteraria mensile di Delirio.NET, che vede gli autori raccontare i propri libri attraverso tre domande e tre risposte, ritorna la videorubrica Deli(b)rando in una veste nuova per parlare della raccolta di racconti Fatti come una pera. Buona lettura e buona visione!

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Guarda DeLibrando di Novembre 2007 - Flash 8 - 400kbps

 


Manicure corner

"O si è un'opera d'arte, o la si indossa" diceva Oscar Wilde. E per arrivare a tanto risultato è necessaria disciplina, passione per la bellezza, ma, soprattutto, rispetto della propria unicità. Questo libro racconta come fare. O meglio, come provano a fare le due donne che gestiscono il Parole e Bellezza, un centro estetico molto speciale. La narratrice, ex logopedista, si dedica al manicure corner del salone; la Socia, dopo aver abbandonato la carriera universitaria, ne è la raffinatissima parrucchiera. Entrambe hanno a cuore la bellezza delle clienti, alle quali dispensano suggerimenti estetici a profusione, ma anche consigli esistenziali e... letterari! Al Parole e Bellezza, infatti, le parole non sono solo quelle delle chiacchiere, ma anche quelle della buona letteratura, ben rappresentata nella fornita biblioteca del salone. Le due socie sono al centro della scena, dove si svela a poco a poco un passato difficile e un presente assai poco frivolo. Una sorta di "beauty-soap" che non rinuncia a raccontare il lato amaro della vita. Ne abbiamo parlato con l’autrice Roberta Scotto Galletta.

Delirio.NET : Un libro che possiede la leggerezza della "chick lit" e la profondità dell'animo e della scrittura dell'autrice: come nasce Manicure corner?

R.S.G.: Il manicure corner nasce dalla passione per la moda e il benessere, unita alla passione per la letteratura. Provo cinquanta vestiti allo stesso modo dei libri che sfoglio in una grande libreria. Sono un lettore curioso e, quando vado in libreria, vado sola perchè sfoglio, leggiucchio, annuso una quantità di libri per poi scegliere quello che sento più vicino a me in quel momento. Allo stesso modo mi comporto con i vestiti: quelli che sento di poter indossare e che sono in grado di aiutare a interpretarmi in quel momento della vita mi vanno bene e li prendo. Il manicure corner vuole far passare questo messaggio: il vestire cambia, come cambiano le nostre letture, come cambia, per fortuna, la nostra vita. Voler cambiare l'aspetto esteriore è un segnale: la mattina ci si guarda allo specchio e si inizia a essere stufi del proprio taglio di capelli. Poi, si è stufi di qualche altra cosa e di altro ancora e allora il passaggio a quello che sarai un domani è già iniziato, si sta abbandonando quello che in te è vecchio e stai diventando una persona nuova.
Provare molti abiti, anche molto diversi fra loro, può dare modo di capire tutte le potenzialità di bellezza racchiuse nel nostro corpo;
provare molti abiti mentali, attraverso lo studio e la lettura, può dare modo di capire le potenzialità che possiedo in quanto persona. E' bene ricordare, a questo proposito, una frase della scrittrice Karen Blixen: "Rinunciate a questa partita che vi costringe a essere uno solo, sempre e soltanto [...]. Troppo avete sofferto per lui; ne siete diventato schiavo e prigioniero. Siate tante persone diverse."
La potenzialità che si racchiude in ognuno di noi è qualcosa che si può descrivere anche con una piccola frase. Con il Manicure Corner si è lanciato un gioco in rete, manicurecorner.wordpress.com dove è possibile scoprire se stessi in uno strano connubio di arte, scrittura e fotografia.


Delirio.NET : Ci parli del tuo rapporto con la scrittura e di che cosa rappresenta per te scrivere?

R.S.G.: Scrivere per me è fisiologico. Dormo, mangio, bevo, scrivo, leggo, lavoro, bevo, vado in bagno, mangio, parlo, scrivo, lavoro, insomma qualcosa che mi accompagna tutta la giornata. Una piccolissima parte della mia scrittura è resa pubblica: quella meno personale. Questo non siglifica che la mia scrittura non sia onesta ma la mia vita vissuta è un qualcosa di privato che posso condividere solo con le persone che conosco e con cui ci vogliamo bene. La mia vita mentale e parallela a quella che vivo, la piccolissima parte della scrittura resa pubblica, è qualcosa di cui mi piace raccontare e non si ha bisogno per conoscermi di persona per avere la "chiave di lettura": puoi sceglierla liberamente e trovarci quello che senti in quel momento.

Delirio.NET : Il tuo lavoro da logopedista ti aiuta nel tuo ruolo di scrittrice?

R.S.G.: No. Magari il lavoro da logo giova della capacità di raccontare della scrittrice. Infatti ho messo su un blog dove racconto dei tentativi d'integrazione scolastica e del dolore del bambini affetti da disturbi dell'apprendimento. Se si è curiosi si può fare una passeggiata su lofaanchebaricco.splinder.com.


Titolo: Manicure corner
Autore: Roberta Scotto Galletta
Anno: 2007
Editore: Sironi
Collana: Spore
Prezzo: 13,50 euro

 


Primi riti del dolce sonno

Tre adolescenti, una ragazza e due ragazzi, si isolano volontariamente in una villa abbandonata per affrontare il loro disagio, la narcolessia. In dieci giorni, hanno deciso di riappropriarsi del dolce sonno, di sconfiggere gli incubi e il dolore. Attraverso le pagine di un diario, scopriamo conflitti, amore, sofferenza di tre ragazzi alla ricerca disperata della libertà. Poetico e struggente, ma anche cupo e duro come un pugno nello stomaco: questo è "Primi riti del dolce sonno" di Misia Donati.

Delirio.NET : Come hai concepito Primi riti del dolce sonno e come hai affrontato la scrittura?

M.D.: La genesi di "Primi riti del dolce sonno" è stata lunga ma inconsapevole. Sentivo l'esigenza di scrivere di una diversità che invece di essere vissuta come risorsa e potenzialità, viene stigmatizzata al pari di una malattia, e quindi sottoposta a una cura e a un tentativo di recupero. E mi interessava mostrare come a volte è necessario difendere se stessi da ogni processo di normalizzazione o omologazione, perché il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi perdere la propria identità. Da qui, è stato istintivo proiettare la storia in una dimensione adolescenziale; l'adolescenza è il periodo degli assoluti, in cui la libertà non è un compromesso da raggiungere ogni giorno ma è ancora una scelta di campo per cui può valere la pena morire.

Delirio.NET : Come ti sei documentato per scrivere il tuo romanzo d'esordio?

M.D.: La diversità che ho scelto per i miei tre protagonisti è una malattia misteriosa, cioè la narcolessia. Ne ho sentito parlare la prima volta in un film di Gus Van Sant, "My own private Idaho". La narcolessia è una malattia primaria del sonno che comporta improvvise perdite di coscienza, ma anche sintomi più inquietanti, come paralisi e allucinazioni. Il sonno mi sembrava un ottimo terreno narrativo in cui scavare, per la sua portata universale e simbolica. Mi sono così documentato leggendo testi scientifici parti dei quali sono finiti anche nel romanzo. "Primi riti del dolce sonno" è infatti strutturato come un diario: ogni capitolo del diario inizia con una spiegazione scientifica di un aspetto della narcolessia. Mi premeva infatti che accanto a una visione soggettiva ed emotiva della malattia, quale è quella dei protagonisti, ce ne fosse una oggettiva e razionale.

Delirio.NET : I tuoi studi e il tuo background ti hanno aiutato a creare la storia?

M.D.: Ho studiato per quattro anni teorie e tecniche della narrazione, e questo è sicuramente un background che aiuta a sviluppare una maggiore coscienza critica. Per il resto, però, la lingua è una questione di sensibilità. Il lavoro maggiore per "Primi riti del dolce sonno" è stato quello di sottrarre e togliere peso alle parole, far decantare i silenzi, trovando il giusto equilibrio tra detto e non detto.

Titolo: Primi riti del dolce sonno
Autore: Misia Donati
Anno: 2006
Editore: Zandegù
Collana: I fichissimi di Zandegù
Prezzo: 9 euro

 


Lontano da ogni cosa

Alberto, Stefano e Chiara. Si muovono tra la Padova universitaria, una Milano fintamente glamour, e la Roma che ruota intorno al mondo del cinema, alla ricerca di un'identità, scoprendo alla fine di essere lontani da ogni cosa, persino da se stessi. Ognuno è legato all'altro, indissolubilmente, e condivide le rabbie, le indifferenze, le euforie, nei frammenti di un insolito discorso amoroso. Ognuno ricerca un proprio posto nel mondo e questo essere comunque sempre in tre li pone al riparo dal disastro esistenziale. Mattia Signorini racconta a Delirio.NET il suo nuovo romanzo.

Delirio.NET : Come nascono i protagonisti di Lontano da ogni cosa e la loro storia?

M.S.: Ero in un periodo della mia vita in cui tutto, da fuori, sembrava andare per il meglio. Ma dentro ero profondamente insoddisfatto, sentivo di percorrere una grande strada principale che non mi apparteneva, e vedevo di fianco questa miriade di strade laterali che mi attiravano con una forza di entrata decisamente maggiore. E' in quel periodo che ho iniziato a scrivere di Alberto Lari e Stefano Bersani, due ragazzi che in mano hanno poco, ma sono disposti a perdere anche quel poco pur di realizzare i propri sogni.

Delirio.NET : Uno dei pregi della tua scrittura è la capacità di accalappiare l'attenzione e di non mollarla più: come ti sei preparato e ti prepari alla stesura di un romanzo?

M.S.: In genere succede così. Passo alcuni mesi a pensare alla storia, senza scrivere una sola parola. Cerco di incontrare molte persone, viaggiare. Quando poi è talmente chiara che non potrei aggiungere altro, inizio a scrivere.

Delirio.NET : La rete, i booktrailer e i nuovi media: come ti rapporti con queste nuove forme di comunicazione? Le trovi indispensabili per far conoscere le tue opere letterarie?

M.S.: Le trovo indispensabili per tenere un legame con le persone. Non tutti riescono a venire alle presentazioni, per vari motivi. E avere la possibilità di comunicare con loro attraverso la mail o MySpace è un modo per sentirci tutti più vicini. Per condividere idee e punti di vista.

Titolo: Lontano da ogni cosa
Autore: Mattia Signorini
Anno: 2007
Editore: Salani
Prezzo: 14 euro

 


La fragilità dei corpi

Tony, Angela, Vins e Susan nel cuore di Palermo. Insieme intraprenderanno un “viaggio” di sola andata per i fondali d’asfalto della città e della precarietà dell’esistenza, attraverso l’apatico vuoto del loro tempo. Tra sballi e spaccio. Feste studentesche. Regole sovvertite. Così fino all’attimo finale per eccellenza in cui qualcuno, qualcosa, o forse il Nulla in persona, presenterà loro il conto. Pietro Presti ce ne parla.
Delirio.NET : Ci racconti della nascita de La fragilità dei corpi e della sua costruzione?

P.P.: Non ricordo con particolare precisione quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, sicuramente è "nato" molto prima del suo titolo e della linea d'inchiostro che ha sporcato la prima pagina.
Con la città di Palermo ho fatto l'amore al buio, le sensazioni che ne custodisco sono profondamente carnali, tattili. Ho mosso la trama ripercorrendo anzitutto questa radice emozionale, ho illuminato i dettagli che m'erano stati fatali, la loro costruzione/ri-costruzione letteraria è stata un teorema vagante e spontaneo come le vite che combustionano da un luogo all'altro di una città che sequestra e smarrisce.

Delirio.NET : Dalla lettura si intuisce un'urgenza di scrittura: quanto hai "vissuto" di ciò che racconti e quanto hai "filtrato" della realtà?

P.P.: Esistono storie di fantasia dove la realtà non viene affatto filtrata. La fragilità dei corpi è un'altra di queste storie che innescano la formula chimica tra materia e desiderio, carne e vocabolo, elementi che diventano indissolubili e indistinguibili; Esperienza totale e, un solo istante dopo, ricordo concreto. Perciò non importa fare distinzione. Vins, Susan, Tony e Angela esistono davvero, ne sono certo, se ne staranno infognati chissà dove dentro il dedalo di vie dei quartieri vecchi o del centro palermitano. Io ho raccontato la loro storia, ma non li ho mai conosciuti, anche se un giorno mi piacerebbe che accadesse per chiedergli com'è finita.

Delirio.NET : Dal romanzo d'esordio a questo c'è stata una maturazione della tua scrittura: senti che il tuo rapporto con le parole è cambiato in qualche modo?

P.P.: E' cambiato il mio rapporto con l'esistenza o forse si è solo evoluto, le parole ne sono state una conseguenza e non il contrario. E' un tempo che scorro in piena, sbattendo contro stive succose di navi cariche che mi risalgono le vene. Nel sangue c'è una curiosità magmatica infinita, c'è l'urgenza, e ogni parola scritta e letta come se io la potessi toccare. Falene, lucciole impazzite.
E la musica è. Dentro. Materia pura. Qualcosa che "accade".
Le persone poi, leggono e tornano ancora a offrirmi il lato oscuro della luna, e sono cose senza prezzo, cose da chiedere ai pazzi perchè solo i pazzi se le spiegano.
E' un periodo che sento il mio corpo come fosse parola, le parole come fossero ossa.
E c'è bellezza, semplicemente bellezza, che a volte è pura e altre di una crudezza da bruciare il cuore.
C'è la ragione dei colori più belli sulla schiena degli scarafaggi. Poesia.

Titolo: La fragilità dei corpi
Autore: Pietro Presti
Anno: 2007
Editore: Cicorivolta
Collana: I quaderni di Cico
Prezzo: 11,50 euro

 


In prima persona

Gli incontri che facciamo, anche quelli apparentemente più improbabili e casuali, danno senso al nostro tempo. Alcuni si portano dietro così tanta forza da riuscire a intromettersi negli equilibri delle nostre vite, spezzando e rimodellando quella che consideriamo la normalità. Proprio uno di questi incontri diviene il punto di contatto tra mondi contrapposti, caratterizzati da modi diversi di affrontare la vita, le relazioni con le persone che ci circondano e il rapporto tra individuo e società. Questi temi si specchiano nel cammino quotidiano di sei personaggi alle prese con piccole e grandi scelte che li cambieranno in modo inaspettato, costringendoli a vivere la vita in prima persona. E da un incontro può anche avere inizio una storia d’amore, sullo sfondo di una Torino colpita da ripetuti atti di terrorismo e lacerata da nuove e antiche tensioni sociali. A distanza di due anni dalla prima edizione, Il Foglio Letterario pubblica in versione rivista e con una rinnovata veste grafica il romanzo di Andrea Borla.

Delirio.NET : Nonostante il titolo, In prima persona non è un romanzo autobiografico. Ma è proprio così?

A.B.: IPP si ispira a un concetto espresso da Jorge Luis Borges: tutto ciò che si scrive è autobiografico. Nessuno scrittore riuscirà mai a tenere completamente separato il proprio vissuto, la propria personalità, la propria intimità, da ciò che scrive. Con questo non voglio dire che l’autobiografia sia uguale alla letteratura, ma che la prima influenza inevitabilmente la seconda.
Nel libro ho giocato molto con questa ambiguità: la voce narrante (casualmente) si chiama Andrea; utilizza un linguaggio più vicino a quello parlato che alla scrittura, esattamente come faccio io comunemente; ha una parte delle mie manie e dei miei difetti. Ma non sono io. Al contrario, ognuno degli altri cinque personaggi ha qualcosa di me e in questo modo esplora una sfaccettatura, spesso contraddittoria, della mia personalità.
Questo meccanismo rappresenta quella che io definisco “via psicanalitica della scrittura”: un percorso intimo che, tuttavia, non deve condizionare la narrazione. Il fine è il romanzo, la storia, le emozioni trasmesse al lettore, gli spunti di riflessione, il divertimento. Il resto è comprensibile solo a chi scrive.
IPP ha molti livelli di lettura: quello puramente letterario del “come va a finire”, l’analisi della società torinese con le sue tensioni sociali, il rapporto uomini/donne e gli scambi di ruolo a cui assistiamo da qualche anno a questa parte, ecc. Questi sono i tratti che interesseranno maggiormente il lettore, quelli che faranno comprendere, arrivati alle ultime pagine del libro, il reale motivo che ha portato alla scelta di quel titolo.
Poi, al di là di tutte queste spiegazioni, c’è sempre qualcuno che è convinto che il libro rappresenti una sorta di mia autobiografia.

Delirio.NET : Ti autodefinisci un G.A.S.F.: ci vuoi spiegare questo acronimo?

A.B.: Giovane Aspirante Scrittore Famoso. È quello che rispondo a chi mi definisce “uno scrittore”, ricorrendo a una definizione a metà tra il serio e il faceto.
Da una parte mi sento inserito nella categoria “ho scritto dei romanzi, sono riuscito a pubblicarli senza ricorrere all’editoria a pagamento, ho meno di quarant’anni, spero di arrivare al successo editoriale, ecc. ecc.” Nonostante ciò, non mi sottraggo a una visione autoironica di questo ruolo: “giovane” come tutti coloro che fanno parte della nostra società, da zero alla soglia degli ottant’anni, e “aspirante” che non si capisce se riferito a “scrittore” o a “famoso”.

Delirio.NET : Cos'è cambiato in due anni dalla prima edizione del romanzo e come siete cambiati tu e la tua scrittura?

A.B.: Il romanzo si è snellito, soprattutto all’inizio. Per quanto possibile, ho cercato di anticipare il momento in cui alcuni ingranaggi narrativi si mettono in moto, per far entrare “prima” il lettore nel vivo della storia.
Ho voluto tuttavia preservare due delle caratteristiche fondamentali del romanzo: i luoghi e i ragionamenti. Il libro è ambientato a Torino, ma non c’è traccia di olimpiadi, regge reali appena restaurate con magnifici giardini, portici sabaudi, caffè storici, ecc. I personaggi si incontrano sui mezzi pubblici, nei bar, negli uffici, nei parchi, nei luoghi più comuni, insomma. Da ognuno di questi incontri nasce un confronto, una discussione, uno scambio di pareri. Nel libro c’è molta dialettica, un elemento che a volte sottrae spazio all’azione. È questo il fulcro del romanzo: la parola come origine e strumento del cambiamento e della crescita interiore. Alla parola si contrappongono tuttavia coloro che credono che le armi e la violenza siano un mezzo molto più efficace per esprimere le proprie idee.
In questi due anni il mio modo di scrivere è cambiato molto, è forse più “tecnico” e misurato, anche se cerco sempre di non perdere di vista un aspetto per me imprescindibile: l’utilizzo di un linguaggio che è più vicino al parlato che allo scritto. Credo sia questa l’essenza del raccontare, un’azione del tutto indipendente dallo scrivere e che mi fa più pensare a un gruppo di persone che parlano tra loro rispetto a una sola che legge in silenzio. Non è un caso se nei miei romanzi dialoghi e monologhi interiori finiscono per essere predominanti rispetto alle descrizioni dell’ambiente in cui sono inseriti i personaggi.

Titolo: In prima persona
Autore: Andrea Borla
Anno: 2005
Editore: Ass. Culturale Il Foglio
Collana: Esperimenti letterari
Prezzo: 13 euro

 

Un gigolo in doppiopetto
Alluminio

L'Argentina del '78 e i mondiali di calcio, un gruppo di ragazzi che di giorno lavora alle fabbriche e di notte si trova in uno spiazzo sterrato per surreali partite di pallone, Dani che continua a pensare a Manuel, il fratello di cui ha perso le tracce nella Santiago del Cile di qualche anno prima, e l'arrivo di Luz, la donna affascinante e misteriosa che si è incisa il suo passato nel nome. E poi la storia di una promessa e di un tiro leggendario che se fosse andato in goal avrebbe potuto cambiare le cose, la folle corsa della stella cometa, i desaparecidos della Escuela Mecánica di Buenos Aires, un faccendiere senza scrupoli e la nascita di un torneo allucinato e crudele che ricorda la lotteria di Babilonia di Borges. È una foto, appesa alla parete di una stanza in penombra, a unire questi eventi, in una verità che spinge Dani, giovane esule approdato in una periferia senza centro della costa argentina durante la dittatura, a giocarsi i suoi fantasmi in un'assurda scommessa finale. Dove a essere in palio non sono soldi, ma un destino. L’esordio di Luigi Cojazzi.

Delirio.NET : Da quali input ed esigenze nasce Alluminio?

L.C.: alluminio è un racconto che ruota attorno alcune situazioni emotive fondamentali. in particolare è mosso come da un’ossessione per il rapporto dell’uomo con la sconfitta. la sconfitta è forse uno dei momenti in cui l’uomo può raccogliersi più in prossimità di se stesso, può testare la saldezza e la coerenza dei suoi principi. ho sempre trovato che il fallimento abbia una sua eroicità, se assunto compiutamente e fino in fondo. i personaggi di alluminio passeggiano sempre nelle vicinanze dell’incombere della loro sconfitta storica, o umana.
però, da un certo punto di vista, non sono dei rassegnati, ma semplicemente rifiutano, o tentano di rifiutare, tutto ciò che ci può essere di consolatorio (e intendo: falsamente consolatorio) nella storia.
vivere nelle forme dell’abbandono (che è un’altra delle situazioni emotive centrali del racconto) è proprio questo. riconoscere di vivere in una dimensione storica ‘abbandonata dagli dei’, priva di una direzione razionale, e probabilmente di una speranza che abbia basi oggettive; ma l’assenza di speranza non diviene mai una giustificazione della passività, ma anzi una spinta ad aprirsi verso ciò che è altro.
ecco, alluminio nasceva dall’esigenza di raccontare alcune figure emotive che nascono dall’intreccio tra l’amore, l’abbandono e la sconfitta, storie di uomini che si dibattono nella loro caduta, ma che cercano anche di attuare delle modalità di resistenza alle differenti forme con cui il potere stringe la sua presa sui loro corpi.
per quello che riguarda l’ambientazione in america latina, tra gli input indubbiamente ha giocato il suo ruolo la conoscenza diretta del continente. Ho lavorato per un anno come osservatore internazionale nel nord della Colombia, e quel periodo è stata anche l’occasione di vari giri per il continente, e per entrare in contatto con tante organizzazioni e movimenti sociali dell’America Latina. Da un certo punto di vista l’America Latina sembra quasi una zona di osservazione privilegiata, in cui si concentrano emblematicamente una serie di nodi conflittuali sociali, economici, politici legati alla nostra epoca e a questa fase dello sviluppo: l’aprirsi a dismisura della forbice tra ricchezza e povertà, la concentrazione della terra e la spoliazione delle comunità, il rapporto problematico con la presenza degli Stati Uniti, la sperimentazione selvaggia delle teorie economiche liberiste, l’intervento delle forze armate nella vita politica; ma dall’altro lato anche grande fermento sociale, la nascita di movimenti del basso e di nuovi modi di concepire la partecipazione popolare alla vita politica.

Delirio.NET : Leggendo il tuo romanzo sembra di essere e vivere accanto ai protagonisti: in che misura è fondamentale per un autore vivere le atmosfere e gli ambienti di cui parla?

L.C.: be’, direi che almeno in parte è fondamentale. poi tutto sta nel mettersi d’accordo sul senso di quel vivere! cioè, intendo che quasi inevitabilmente il materiale grezzo che usi è autobiografico, pensieri, frammenti di vita tua o di altri, cose viste o ascoltate. poi nel momento della scrittura tutti questi elementi vengono ri-assemblati per dare forma a nuove vite o esperienze, che di autobiografico in senso letterale non hanno più nulla. però tu in qualche modo hai vissuto, nella tua rielaborazione personale.
‘alluminio’ per esempio si svolge, oltreché in un mondo lontano e in parte immaginario, in un periodo storico di cui non ho alcun ricordo diretto – visto che ero appena nato –, però nella costruzione dei personaggi e nella loro percezione dell’ambiente circostante, nel rapporto ‘emozionale’ che hanno con la loro epoca, confluiscono tantissimi frammenti di quello che a vario titolo potremmo chiamare ‘vissuto’. Cercando di ricostruire una scena ti domandi prima di tutto quali erano le passioni, i sentimenti che agitavano le persone che la stavano vivendo.

Delirio.NET : Ci parli del tuo lavoro di traduttore? Quanto ha influito nella creazione di un tuo stile personale questo mestiere?

L.C.: prima ancora che il lavoro di traduttore, è quello di revisore di testi (in particolare editing di traduzioni) a essere a mio parere un’ottima palestra. la revisione è fondamentalmente un lavoro di riscrittura, un tornare continuamente sull’organizzazione della frase, per limarne gli intoppi, smussarne le asperità, e raggiungere l’obiettivo di trasmettere nella maniera più chiara e appropriata lo spirito del testo orginario.
ecco, per me scrivere è prima di tutto questo lavoro artigianale, questa cura della frase.
il riconoscimento dell’aspetto tecnico della scrittura non implica, naturalmente, una passione per le prose asettiche o distaccate.
chiarezza e poeticità non si escludono vicendevolmente. anzi, secondo me è proprio nel tentativo di definire nella maniera più accurata i suoi oggetti che il linguaggio può farsi realmente metaforico, cioè in grado di veicolare quel significato ulteriore che è proprio della poesia.
non so, penso a autori come borges, o javier marias. è una volta che ha toccato il limite delle sue possibilità rappresentative che il linguaggio si apre alla possibilità di un senso ulteriore.
anche il linguaggio filosofico può essere così. mi piacerebbe molto saper raggiungere l’intensità propria a volte della filosofia. secondo me, in alcuni passaggi dei libri di michel foucault, o di heidegger, o di nietzsche, proprio là dove il linguaggio sembra farsi più preciso e acuminato e il ragionamento più stringente, la parola riesce a raggiungere un’intensità emotiva in grado di graffiare, di far sanguinare la pagina.
lo stile che ho cercato di usare in alcuni passaggi di ‘alluminio’ vorrebbe avvicinare la poesia non attraverso una scrittura ermetica, o allusiva, ma più con una prosa ritmica, circolare, che cerca di ri-dire il proprio oggetto da prospettive differenti.

Titolo: Alluminio
Autore: Luigi Cojazzi
Anno: 2007
Editore: Hacca
Prezzo: 12 euro


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