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Robert Downey Jr
Un omaggio della nostra collaboratrice Chiara B. a Robert Downey Jr., l’attore newyorkese che è riuscito miracolosamente a rinascere dalle proprie ceneri lasciandosi alle spalle dipendenze ed eccessi e ritrovando la via del successo.
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Dire che la la sua vita potrebbe essere la trama di un film, sarebbe scontato. Dire che è arrivato alle stelle, è sceso rapidamente agli inferi ed è risorto come l’araba fenice, assomiglia più alla realtà. Dire che è uno dei migliori attori viventi è dire niente di più che la realtà.
Robert Downey Jr. nasce a New York nel 1965, figlio d’arte (suo padre, Robert Downey Sr, è regista), fa una gavetta ragguardevole ( a partire da “Pound” nel 1970, passando fra le altre per “Firstborn” di Apted nel 1984, il drammatico “Al di là di tutti i limiti” di Kanievska nel 1987 e il leggero “Ehi…ci stai?” di Toback sempre del 1987). Il successo arriva negli anni Novanta. Recita con l’amico Mel Gibson in “Air America” nel 1990 e l’anno successivo nella commedia “Bolle di Sapone” con accanto Kevin Kline e Whoopi Goldberg. Nel 1992 la consacrazione è meritata per “Charlot” di Richard Attenborough. Ottiene nomination ai Golden Globe e all’Oscar oltrechè la Coppa Volpi al festival di Venezia. La critica è concorde nel dire che, pur non essendo il film un’opera d’arte, l’interpretazione di Robert è perfetta, forse aiutata anche da una somiglianza fisica che gli permette di calarsi appieno nel personaggio. Non è uno dei tanti, è molto più di una promessa, è un cavallo di razza.
Purtroppo Robert finisce per rispettare il più banale dei clichè per una star hollywoodiana, successo-soldi-droga. Entra in un tunnel devastante che tra il 1996 e il 2000 non gli permette quasi di lavorare: viene cacciato da moltissimi set e sfumano tanti progetti di lavoro. In quegli anni però la sua vena recitativa non si spegne: riesce a lavorare, tra gli altri, in “Complice la notte” di Figgis (1997), “Conflitto di Interessi” di Altman (1998), “Wonder Boys” di Hanson (2000) che gli permettono almeno di non uscire dal giro. A riportarlo in carreggiata da un punto di vista lavorativo è soprattutto la serie televisiva “Ally McBeal” (1997-2002) col quale ottiene riconoscimenti (un Golden Globe e una nomination per l’Emmy) e successo nuovamente e, da un punto di vista personale, l’incontro con la sua attuale moglie, Susan Levin, produttrice dell’horror “Gothica” di cui Robert è protagonista, grazie alla quale esce dal tunnel della droga e dell’alcool. E’ la resurrezione, in una ritrovata serenità professionale e personale, con l’episodio diretto da Soderbergh di “Eros”, film corale diretto anche da Antonioni e Wong Kar-Wai (2004), oltrechè con il meraviglioso film di Clooney “Good Night Good Luck”(2005). Nel 2006 ci sono più di una interpretazione eccezionale. Innanzitutto in “Fur” di Shainberg con Nicole Kidamn. Robert è un misterioso sconosciuto che farà scoprire alla protagonista un mondo di persone strane, mentalmente e fisicamente, e una nuova vita lontana dai canoni convenzionali. Irriconoscibile per metà del film, riesce in gesti lenti e calibrati, con una recitazione fatta più di silenzi che di parole a dare senso a una figura e a un film non particolarmente riusciti. Sempre nello stesso anno, oltre a “A Scanner Darkly” di Linklater, è protagonista di “Guida per riconoscere i tuoi santi” di Dito Montiel, di cui è anche produttore, insieme a Sting. Questo film fa di lui un attore impegnato, sempre più in evoluzione e stimolante per un appassionato di cinema. Acclamato all’ultimo Sundance Festival, è la storia di Dito, cresciuto nel Queens, oggi affermato scrittore, che deve fare pace con il passato, con i suoi affetti. Senza mai cadere nel patetico e nell’autocommiserazione, dà vita ad un personaggio stropicciato, pieno di sfaccettature, teso verso la sua vita nuova ma non completamente felice perché ha dietro di sé qualcosa con cui è costretto inevitabilmente a fare i conti. La sua è una recitazione fatta di sguardi, sussurri, movimenti mai uguali a sé stessi, irripetibili. Il suo sguardo, è profondo, denso, corposo, il suo sorriso pieno.
Nel 2007 è uno dei protagonisti di “Zodiac” di Fincher, la storia del serial killer che a partire dal 1968, nella zona di San Francisco, compie una serie di efferati delitti che rivendica attraverso lettere ai principali quotidiani locali. L’assassino e i suoi omicidi rimangono sullo sfondo, in primo piano c’è la vita dei vari personaggi che pian piano viene assorbita da quello che è l’enigma, chi è Zodiac. Da una iniziale curiosità, le ricerche sono sempre più affannose, la vita privata non ha più alcuna importanza, il proprio lavoro non è altro che un mezzo per raggiungere l’obiettivo, trovare l’assassino, il valore di ogni cosa si riduce nel cercare, nel voler capire, in un vorticoso affannarsi, senza fiato, senza tregua, senza più senso. Anche nel momento in cui l’interesse collettivo per il mostro sembra placarsi, compreso quello dei media (il cui ruolo è centrale), i protagonisti del film non trovano comunque pace: chi è più forte, arriverà alla fine alla verità (quanto meno, la sua verità, visto che il caso non è mai di fatto stato risolto poiché l’unico imputato è morto prima del processo), chi è più debole, come il personaggio interpretato da Robert, Paul Avery, rimarrà risucchiato e si perderà, guarda caso, nell’alcool e nella droga. L’attore delinea un personaggio particolarissimo, ossessivo e nervoso, un po’ hippie e un po’ intellettuale, amante del suo lavoro ma debole, incapace di reagire di fronte a qualcosa che non comprende come il caso “Zodiac”. Invece di limitarsi al suo lavoro di giornalista finisce col voler fare il poliziotto ma non gli compete e l’epilogo è su una bagnarola in un paese sperduto a perdersi definitivamente. Ciò che colpisce è la recitazione di Robert che con un linguaggio ancora una volta corporeo più che parlato con cui comunica il senso del sopraffatto, del non riuscire a stare fuori da una situazione, del perdersi in qualcosa senza avere più la lucidità di capire e salvarsi. Bellissima, fra le tante, la scena del dialogo al bar con Jake Gyllenhaal – Robert Graysmith, la sua gestualità nel fumare e nel bere e la sua espressione nel vedere mostrarsi davanti libri da biblioteca per risolvere un caso di pluriomicidi.
Deve essere un’esperienza incredibile calarsi in una parte che assomiglia così tanto alla propria vita e sapere che invece per se stessi l’epilogo è stato diverso. Invece di perdersi, Robert Downey Jr si è ritrovato, e l’esperienza fatta rende ogni personaggio suo personaggio pieno di calore, sapore, cuore, sanguigno, vero, pieno di passione, ruvido. Bentornato.

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