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Al Pacino
Un omaggio della nostra collaboratrice Chiara B. al grande Al Pacino con un excursus storico sulla sua carriera, i suoi personaggi, la sua vita.
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Come è possibile riuscire ad essere così impressionantemente bravi? Basta una buona scuola oppure è qualcosa di innato? Mi domando quale attore oggi possa essere paragonato, o meglio, possa tentare di accostarsi ad Al Pacino. Forse si riuscirà a giudicare a distanza di anni. Sì è probabile. Ma lui era già grande fra i grandi a poco più di trent'anni, quando interpretò quel capolavoro intitolato Il Padrino - Parte II nel 1974. Nasce a New York nel 1940, ha origini italiane, ha un'infanzia povera; verso la fine degli anni sessanta studia recitazione con Lee Strasberg, ha la prima parte da protagonista nel 1971, con Panico a Needle Park. Questo è storia, ma dice poco di ciò che è l'attore Al Pacino.
"Spero che la gente capisca che sono un attore. Non ho mai desiderato essere una star". Al Pacino è un attore che non ama rilasciare interviste, non ama essere personaggio: ciò che deve apparire sullo schermo allo spettatore è l'attore, il suo lavoro, non la recitazione filtrata dalle mille informazioni sulla sua vita personale, ciò finirebbe per distorcere la realtà e creare una falsa emozione. E dunque sull'attore vale la pena di puntare i riflettori. L'ascesa verso il successo inizia nel 1972, quando Coppola lo sceglie fra altri attori allora molto più famosi di lui per interpretare Michael Corleone ne Il Padrino, al fianco di Marlon Brando. Il risultato è una candidatura all'Oscar come attore non protagonista (inspiegabile, dal momento che è sulla scena per la maggior parte del tempo). L'emozione arriva con Il Padrino - Parte II, capolavoro assoluto. Al Pacino dà vita ad un personaggio incredibile, pieno di sfaccettature, che è attuale come pochi altri a distanza di più di trent'anni. In tutto il film, in questo secondo capitolo della saga (ancor più poi nel terzo), è vivo in Michael il ricordo di una vita “normale”, quella di un ragazzo che si arruola nell’esercito per servire il suo paese, che ama la sua donna, che studia per costruirsi il proprio avvenire ed emerge la malinconia di non aver potuto vivere veramente quella vita; ma la scelta di seguire le orme paterne è qualcosa che appare ineluttabile, è una scelta voluta e consapevole, un destino che si compie e che non poteva essere diverso. Michael appare un uomo solo coi suoi pensieri, con le sue responsabilità, che ha fatto ciò che doveva fare, anche a scapito dei suoi sogni. Lunghi e solitari sguardi, tra i mille emblematico il momento del perdono di Fredo (lo strepitoso John Cazale) e l’attesa prima dell’assassinio del fratello, lo sguardo posato su Connie che gli bacia le mani piangendo e quelli fermi e tesi durante il processo contro di lui. Questo secondo capitolo finisce con un suo sguardo silente e solitario nel giardino della sua casa, così come solo nel suo giardino egli morirà alla fine del terzo ed ultimo capitolo della saga e come a sua volta era morto suo padre Vito alla fine del primo capitolo. Il silenzio ha un significato, i suoi occhi grandi, fermi davanti alla telecamera sono espressione d'arte, quella del cinema.
E spontaneo mi arriva il pensiero dei suoi occhi fermi davanti alla telecamera, con la cornetta del telefono in mano, il viso sudato, lo sguardo perso e piegato dalla vita in Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975). E' una delle scene più belle del cinema, come disse Sidney Lumet, che di quel film così d'avanguardia e incredibilmente moderno per i tempi, è il regista. Al è Sonny, reduce del Vietnam, ed è al telefono con Leon, l'uomo che ha sposato, pur avendo due figli e una moglie (siamo solo nel 1975!). Sta svaligiando la banca per pagare a Leon l'operazione per il cambio di sesso, sta rischiando tutta la sua vita eppure le parole che i due si scambiano al telefono sono a dir poco surreali: la telecamera passa dal volto di Sonny a quello di Leon, come stai, cosa pensi di fare... Al ha gli occhi fissi e nervosi, suda, parla guardando nel vuoto, è fermo e sicuro all'apparenza, è una conversazione fatta di niente e piena di una vita al limite, di un confine valicato da tempo, di una strada senza ritorno, di un amore vero chiuso in una banca dove non ci sono nemmeno i soldi da rubare. La telefonata finisce. Sonny chiama la moglie. Viene investito di un mare di parole. Non riesce a farla stare zitta. Scena di cinema da infarto: primo piano di Al Pacino, appoggiato da qualche parte, occhi pieni di rabbia e disperazione soli davanti alla telecamera, fermi, immobili, un urlo nel chiudere il telefono, le mani tra i capelli, il sudore che copre la faccia. Le parole non possono rendere la bellezza di un attimo di grandissimo cinema.
Con gli occhi fissi e spenti, Al Pacino vince finalmente l'Oscar nel 1992 con il remake di Profumo di donna, per la regia di Martin Brest. Al è Frank Slade, colonnello condannato dalla cecità. Si reca a New York con quella che dovrebbe essere la sua "balia", Charlie/Chris O'Donnel, un ragazzo che per racimolare qualche soldo deve assistere il vecchio nel giorno del Ringraziamento, per fare l'ultimo ballo della sua vita. La scena è da togliere il fiato. Camera d'albergo, Charlie capisce che Frank vuole togliersi la vita sparandosi un colpo di pistola, fra i due scoppia una colluttazione, Frank sovrasta Chris, gli occhi sono immobili, la cecità cinematografica rasenta la realtà, la rabbia divampa, urla, parole che dicono "credi che non ne sia capace?!" ma ciò che resta alla fine è la redenzione, il trovare un senso alla propria vita nell'esatto momento in cui si è deciso di volerne fare a meno, il senso della pace rinvenuta non nella rassegnazione ma nell'accettazione e nella gioia di ciò che si ha e si può fare per e con gli altri: e tutto ciò lo si può vedere e sentire con gli occhi del cuore.
La recitazione di Al è vibrante ma ferma, silenziosa, assorta, piena di tensione che emerge a tratti, in determinati momenti, là dove serve. Al Pacino è Michael sulla sedia nel suo giardino mentre fa uccidere Fredo, è Sonny alla fine della telefonata con sua moglie, è Frank che beve scotch nel salotto di casa sua e non si fa avvicinare da nessuno. Al Pacino è Michael quando urla e inveisce contro la moglie Kay che non comprende il senso della Famiglia, è Sonny che incita la folla che si è radunata fuori dalla banca, è il "credi che non ne sia capace" di Frank. Al è i suoi personaggi, Al è cinema. Al è pura arte.
Per approfondimenti:

Titolo: Io, Al Pacino Autore: Grobel Lawrence Anno: 2006 Editore: Sperling & Kupfer Collana: I fuoriclasse Prezzo: 16 euro

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