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Letture di primavera
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Letture di primavera
Una ricca e succulenta rassegna letteraria sulle letture di questa pazza e delirante primavera. Generi più diversi, generi non generi, dal giallo alla scrittura giovanile, dalla poesia al romanzo surreale. Basta dare un’occhiata ai titoli: Essemmesse, L’amore è un cavolfiore, Il requiem di Valle Secca, Train du reve, Diario di una ragazza schifata, L’esperienza della pioggia e Uno in diviso. Questa volta con il contributo di un ospite particolare: Alessio Degli Incerti, adottando l’ormai celebre formula delle tre-domande-tre all’autore, ci presenta il pamphlet Sul conformismo di sinistra. Buona lettura da Delirio.NET.
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Essemmesse
I membri della fabbrica delle Storie sono riuniti nella Biblioteca Comunale di Monteselva (cittadina immaginaria situata tra Parma e Piacenza) per preparare la presentazione di una grande scoperta letteraria: il recupero di un antico e raro libro esoterico sottratto all’oblio dei secoli. Ma una mano assassina colpisce all’improvviso, ed è proprio il commissario Cardona che è chiamato a risolvere il caso. In fretta, però, perché fuori c’è qualcuno e qualcosa di molto speciale che lo aspetta… Patrizio Pacioni scrive, Fabio Fobia illustra. Un giallo tradizionale, una cerchia di possibili colpevoli, un investigatore inflessibile dalla condotta discutibile. Ne parliamo con l’autore.
Delirio.NET :Titolo: Essemmesse. Una nevrosi dei nostri giorni. Ce lo spieghi?
P.P.: Essemmesse è il titolo di un giallo di stampo classico: un gruppo di persone chiuse in una biblioteca, un brutale assassinio, la ricerca del colpevole con la più tradizionale tecnica d’investigazione poliziesca… Quello che tu chiami “nevrosi dei nostri giorni”, e io “sindrome da messaggite cronica acuta galoppante”, entra nel meccanismo del romanzo con l’importante funzione di “orologio” che scandisce il ritmo della storia: gli sms (appunto) che, nel corso dell’indagine, il commissario Cardona si scambia con la sua amante.
Delirio.NET :Sottotitolo: La prima indagine del commissario Cardona. Questo lascia presagire ce ne saranno altre. Perché mai un personaggio seriale?
P.P.: La colpa è di Cardona che, da prepotente e arrogante qual è, partorito dalla mia fantasia come personaggio minore di un altro romanzo, si è prima fatto largo coi gomiti in quella storia, poi ha preteso (e ottenuto) di assurgere a protagonista di un’altra: Essemmesse, appunto. Conoscendo il tipo so già che d’ora in poi me lo troverò spesso tra i piedi, deciso a reclamare spazio per sé. Quanto alla nascita di un nuovo personaggio seriale, in un mondo letterario effettivamente già sovraffollato sotto questo aspetto, credo che un ricambio generazionale non possa fare che bene. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur prendersene carico, no?
Delirio.NET :A chi ti sei ispirato per tratteggiare il personaggio principale, e quanto c'è di te in Cardona, e viceversa?
P.P.: Creare Cardona non è stato particolarmente difficile: mi è stato sufficiente prendere i lati peggiori delle persone che conoscevo (compresa quella che ogni mattino mi guarda con aria assonnata dal di là dello specchio del bagno) e amalgamarli insieme a un impasto di fiuto da segugio, un pizzico di capacità di seduzione e volontà d’acciaio quanto basta. In pratica ciò che vorrei essere io, nel bene e nel male. E nel contempo ciò che non vorrei mai diventare, per nessuna ragione al mondo.
Titolo: Essemmesse Autore: Patrizio Pacioni Anno: 2006 Editore: Effedue Edizioni Prezzo: 10 euro
L’amore è un cavolfiore
Una coppia,l'amore, la convivenza e poi un figlio. Non vi sembra abbastanza? Allora aggiungeteci l'arroventato G8 a Genova, l'11 settembre delle torri cadenti e i devastanti pranzi a casa della nonna. Un romanzo sulla quotidianeità che sa essere sarcastico e ironico, terribilmente buffo e profondamente umano. Da leggere lontano dai pranzi in famiglia. Fabrizio Venerandi collabora con la pagina letteraria della rivista "MacWorld Italia", tra le sue pubblicazioni, il poema "Il trionfo dell'impiegato" e il romanzo "Pantagrognomicon". A Delirio.NET ha raccontato la sua su libro e sulla propria concezione di coppia. Con messaggio promozionale incluso.
Delirio.NET :Un libro sulla coppia e sull'arrivo di un figlio, calato nel contemporaneo e nei fatti più tragici del nuovo Millennio: come nasce questa tua opera?
F.V.: L'amore è un cavolfiore è stato per me un cambio di direzione, dopo aver scritto per anni roba surrealista che non leggeva nessuno ho iniziato a scrivere roba diversa. Volevo parlare di cose quotidiane in maniera leggera, ma descrivendo lo spaesamento di chi era un cazzone e con due o tre colpi ben assestati si trova ad essere padre, centro della famiglia, sacerdote della cristianità e soprattutto fantastico consumatore di prodotti e target di ogni ben di dio. E questi pezzi nuovi sono piaciuti, li ho usati per pippol, sono girati su internet indipendentemente da me e macword che è una rivista di computer ne pubblica uno al mese, pazzesco, mi pagano anche e alla fine avevo questo libro con tutti i racconti e lo davo in giro e tutte le volte mi dicevano eh si Venerandi te lo pubblichiamo sicuro, ci interessa moltissimo, e poi non lo pubblicavano oppure lo mandavo a case editrici che secondo me era nel loro dna pubblicarlo e loro non se lo cagavano di striscio, mi dicevano che era troppo blog, che era una stronzata, che poi Venerandi ti facciamo sapere e poi non rispondevano più alle email, e io ci restavo anche male. Così quando Cristiano Armati che è pazzo mi ha detto che gli interessava fare una selezione dei racconti per i lemming gli ho subito detto di sì, sia perché i lemming hanno delle bellissime copertine, sia perché pubblicare per una casa editrice che fa fumetti porno mi gratifica immensamente. E l'amore è un cavolfiore mi sembra che sia venuto su bene, sembra un EP di una band anni '80.
Delirio.NET :Hai dedicato il capitolo finale al "modo in cui hai preso la notizia del titolo". Capitolo vero o pura, e divertente, invenzione?
F.V.: Assolutamente vero all'inizio pensavo che fosse uno scherzo, poi mi sono detto che se Prince può fare un cd che si intitola te amo corazon io posso fare un libro che si intitola l'amore è un cavolfiore. E poi forse mi pagano.
Delirio.NET :Il protagonista maschile è a tratti egoista, insensibile, disattento; la sua compagna nevrotica, petulante, eccessivamente emotiva. La domanda sorge spontanea: ma davvero la tua esperienza e concezione personale della coppia è così?
F.V.: Io credo alla coppia conflittuale, specialmente dopo che ho conosciuto Cecilia e comunque credo che dietro ad ogni carezza data al proprio figlio ci siano i sani egoismi di un trentenne che sa che quella cosina così bella e dolce, ogni carezza che si prende si prende anche gli anni del padre, gli orgogli i tempi le follie le irresponsabilità, essere nucleo familiare significa concedere e pretendere in uno scambio continuo che -oh signore grazie- non ha niente a che vedere con le famigliole pasta barilla o mulino bianco. Il mio protagonista è un egoista disattento soltanto perché è sincero, e Cecilia è una dispotica emotiva perché è piena di amore, il libro ne trabocca credo. Comunque visto che l'intervista è finita e c'è ancora dello spazio, beh io l'amore è un cavolfiore ve lo consiglio, è un bell'oggettino e ha la copertina bianca con la scritta rossa che non è facile da vedere in un libro, messo in vista in salotto fa molto radical chic, anche per fare un regalo spendete poco e fate la vostra porca figura. Davvero.
Titolo: L’amore è un cavolfiore Autore: Fabrizio Venerandi Anno: 2006 Editore: Coniglio Editore Prezzo: 5 euro
Il requiem di Valle Secca
Valle Secca è un micromondo apocalittico. Il collasso dell’ambiente e della natura postcapitalista ha generato una società abitata da mutanti, modificata dalla genetica impazzita, governata da lugubri burocrati senz’anima, popolata di reietti e meticci avvelenati dall’uranio. In questo caos concentrazionario si muove Asdrubale, editore porno, lettore accanito di Tex Willer, con qualche problema di obesità e un destino da martire. Giocata sui paradossi, sulle iperboli, sul gusto dell’assurdo. Questa storia reinterpreta in chiave onirica i temi del cyberpunk. L’effetto è ironico, demenziale, come le fughe nel tempo di un’improbabile Carlo Marx. Ne parliamo con l’autore Lorenzo Mazzoni.
Delirio.NET :Un romanzo tra cyberpunk e surreale. Quali sono gli autori che preferisci, e trovi contaminazioni nel tuo Requiem?
L.M.: Più surreale che cyberpunk… com’è scritto in un articolo di Chiara Del Bianco apparso su KulVirtualPress, mancano le descrizioni tecnologiche e le morbosità futuristiche per farne un romanzo cyberpunk. A dire il vero devo confessare che non so tanto bene cosa sia questo cyberpunk, Gibson, altri, non li ho mai letti… io leggo Graham Greene, Emilio Salgari, Nagib Mahfuz, Paco Ignacio Taibo II, De Luca, Lobo Antunes, Roberts, Houellebecq. Se escludi quest’ultimo credo che la padronanza degli altri autori sopraccitati con la tecnologia e la “fantascienza” sia paragonabile a quella che può avere un criceto con un personal computer. Contaminazioni… se leggesse quello che sto per dire probabilmente mi sputerebbe la sua amata Coca-Cola in faccia: credo che la contaminazione letteraria più evidente nel Requiem venga da Taibo II, penso alla sua spietata ironia e alla sua capacità di fare “colore” anche all’interno di quadri cupi…
Delirio.NET :Un requiem che si trasforma in canto vivo di rivoluzione: come è nato questo romanzo e in quanto tempo sono avvenute gestazione e scrittura?
L.M.: Il Requiem di Valle Secca è stato scritto per partecipare ad un concorso indetto da un’associazione culturale di un quartiere di Bologna. Avevo finito e corretto un romanzo tutt’ora inedito che superava abbondantemente il numero di cartelle richiesto per poter partecipare a questo concorso… così ho preso in mano tutti gli appunti sparsi su quaderni, fogli volanti, agende ed ho riesumato i vecchi racconti. Ho mixato il tutto con le ispirazioni che mi hanno dato certe letture (Ryszard Kapuski, articoli di Internazionale, manuali sulla costruzione della bomba atomica) e con immagini del mio quotidiano e della mia infanzia (a nord di Ferrara c’è un Polo Chimico che in silenzio avvelena la popolazione, ho avuto davvero un vicino come Eusebio, le zie sono ispirate al rapporto ‘isolazionista’ avuto da mia nonna e dalla sua vicina per decenni, la gara del nocciolo d’oliva era una pratica a cui mamma ed io ci dedicavamo spesso nel periodo delle elementari e i punk… beh, chi non ha avuto rapporti con dei punk?). Per sistemarlo, trascriverlo, correggerlo ho impiegato sei mesi, il lavoro intenso si riduce agli ultimi tre mesi… mentre scrivevo Il Requiem stavo lavorando ad un altro romanzo e ad un reportage (poi uscito su KulVirtualPress con il titolo Il sole sorge sul Vietnam) perciò la mia attenzione per questo surrealcyberesco libro è sempre stata sballottata verso altri progetti… solo quando la scadenza del concorso si è fatta imminente ho iniziato a lavorarci con convinzione… poi ovviamente il concorso non l’ho vinto, Paola Doglioni (la bravissima illustratrice della copertina) lo ha letto e mi ha proposto di illustrarlo, e poi impaziente ho mandato in giro il libro, e poi in una settimana tre editori mi hanno risposto, e poi eccetera eccetera…
Delirio.NET :Requiem potrebbe benissimo essere portato sul grande schermo. Hai pensato, mentre scrivevi, a una certa cinematograficità dell'opera?
L.M.: No, in verità no… l’unica immagine vagamente cinematografica sorpassa l’intero libro per collocarsi dove dovrebbero stare i titoli di coda… i personaggi del Requiem (disegnati come manga giapponesi) avanzano verso lo spettatore, ballano nello schermo, si dimenano e saltellano… ogni tanto appare il Dirigente Numero 3 che viene percosso e scompare… il tutto accompagnato da Hitsville U.K. di The Clash…hai presente? Now The boys and girls are not alone, now the Hitsville’s hit U.K… già, è un po’ pochino per un laureato in DAMS cinema…
Titolo: Il requiem di Valle Secca Autore: Lorenzo Mazzoni Anno: 2006 Editore: Edizioni Tracce Prezzo: 11 euro
Train du reve Il libro racconta le passioni di una viaggiatrice solitaria, lo spirito del vagabondaggio, corpi di sconosciuti incrociati per caso o per destino, ogni stazione una soglia, incontri imprevisti capaci di ipnotizzare, sinfonie di ricordi cullati dai vagoni, vite che si intrecciano sui binari in attesa di un treno, quel treno, il passato che ti segue da lontano, la musica e lei, la viaggiatrice, che si muove fluida, sensuale, sinuosa, senza limiti ne costrizioni. Una folle, dolente, appassionata dichiarazione d’amore per il viaggio, per le cicatrici del tempo sui volti, per l’odore delle pensiline dove muoiono gli amori, per le storie da ascoltare e per tutte le destinazioni che spesso riusciamo solo a smarrire. Ne parliamo con Francesca Mazzucato.
Delirio.NET :Sei instancabile e attivissima. Come nasce questa tua ultima opera, e in quanto tempo è avvenuta la sua gestazione e attuazione?
F.M.: La scrittura è un dono che si manifesta in varie forme. La scrittura è un destino. Si passano periodi in cui è necessario il silenzio, in cui le storie prendo vita, piano piano, da una suggestione, da una parola, dalle scene di un film che non smettono di ossessionare ed è un meccanismo silenzioso, discreto, invisibile. Ci sono periodi in cui la narrazione vive solo nella mente, ci si distacca dalle cose e adagio si passa alla stesura. In questi casi occorrono tempi lunghi, occorre pazienza. Poi ci sono altre occasioni in cui le storie ti inseguono e in cui lo scrivere è un fluire, un maremoto. In cui si scrive e basta, sempre e comunque, al computer o in un quaderno, per strada o a casa. Succede quello che disse Queneau alla Duras. "Non faccia niente altro. Scriva" Sono periodi in cui l'atto è fisico, avvolgente. Sono reduce da qualche anno così. Reduce è la parola giusta. Dopo ci si sente come se si fosse rimasti sulla spiaggia, ad osservare l'orizzonte. Dopo c'è un vuoto da vertigine che rivela pezzetti di anima sussidiaria. Che forse prepara la strada ad altre cose che verranno. Questo libro arriva da lontano. E' stato scritto nel 2004 e poi è rimasto fermo per un po', cosa che non mi era mai capitata. Esercitare la pazienza, lasciar decantare un romanzo. E' rimasto fermo avendo altri libri preso il sopravvento, altre urgenze e altri demoni che dovevano trovare dimora sulla carta (mi riferisco in particolare all'Anarchiste) erano diventati i compagni delle mie notti, le sfumature delle mie giornate. Il corteo di ombre che non mi lasciava. Dopo, ho ripreso in mano questa storia. Con gioia, con attenzione. Una storia che nasce da una passione cinematografica e letteraria, quella per il film di De Sica Miracolo a Milano, e per l'opera di Zavattini. L'ho riscritto, è stato letto da altri, mi hanno dato consigli, l'ho lasciato decantare ancora (forse è il mio libro più "lavorato", più "meditato"). Ci sono stati diversi editori interessati e affascinati, propensi a pubblicarlo. Questo editore, Giraldi di Bologna, mi ha permesso i tempi e i ritmi che volevo, mi ha permesso l'anteprima alla Fiera del libro di Torino e anche il lavoro editoriale ha contribuito a dare una forma definitiva che rappresenta certamente un punto di svolta nel mio lavoro.
Delirio.NET :Incontri. Destini. Istanti. Il titolo è poetico ed evocativo. Ci spieghi la scelta?
F.M.: Doveva chiamarsi "Miracoli sul treno", ma, in fondo, la sarabanda di personaggi che popolano queste pagine non sono poi così miracolosi, anche se strani, originali, bufffi, come lo "Sniffatore di pianerottoli" o l'"Imperiologo" o il "Creatore d'atmosfere". Credo che, sapendo guardare davvero, sapendo ascoltare le storie degli altri, personaggi speciali, capaci di infonderci la loro magia, di farci percepire un istante di armonia universale, personaggi dolenti e veri, o solo apparentemente folli come quelli che descrivo, popolano le vite di tutti. Li abbiamo accanto. E' che non sempre ce ne accorgiamo. Per questo il titolo, francese, sospeso, "Treno del sogno". Inoltre si tratta di un treno che percorre il tragitto che va da Milano a Ventimiglia, l'ex frontiera con la Francia. E' stata una scelta condivisa da me e dall'editore, ci sembrava che rendesse la leggerezza surreale e onirica della storia, dell'incrocio di vicende che si trovano al suo interno.
Delirio.NET :Cito da Train du reve: "Le partenze sono come libri da sfogliare." Che rapporto esiste tra il libro e il viaggio, tra la letteratura e la scoperta di nuovi luoghi, secondo la tua personale esperienza di lettrice e scrittrice?
F.M.: Io parto sempre. Vado e vengo. Francia, Liguria, Bologna, Roma, Milano, la Toscana. In effetti questo libro è anche una vera e propria dichiarazione d'amore ai treni e alle stazioni. Partire e aprire un libro sono atti simili, che aprono un ventaglio infinito di possibili emozioni, di reazioni, di panorami da vedere, da sentire o anche solo da annusare. Ho sempre pensato che ci fossero grandi affinità, l'incendio di mondi e di volti che non ti aspettavi, parole da leggere o da udire, avventure da vivere. Emozioni che fanno venire la pelle d'oca. Inoltre, viaggiando molto, le due attività per me quasi sempre si uniscono. In treno leggo, vado verso un "altrove" accompagnata da una storia che mi svela altri orizzonti. Credo che non ci sia niente di più bello, soprattutto se, sia leggendo che viaggiando, si cerca di andare, come viene scritto sullo schermo alla fine del film Miracolo a Milano, verso " un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno."
Titolo: Train du reve Autore: Francesca Mazzucato Anno: 2006 Editore: Giraldi Editore Prezzo: 12,50 euro
Diario di una ragazza schifata
Genea sta sempre fuori casa, disegna fumetti e illustrazioni "orribili e ridicole". Litiga spesso e volentieri con chiunque. Diario di una ragazza schifata è una raccolta di racconti, ironici e irriverenti, su una giovane ragazza alle prese con i problemi di tutti i giorni. Un linguaggio semplice e disincantato, che descrive la giovinezza in modo non banale e graffiante. L’autrice ci parla della sua prima prova e riflette, a distanza di tempo, sul suo ottimo risultato di critica e lettori.
Delirio.NET :La protagonista è una ragazza cinica, che deve affrontare la giovinezza in ogni suo aspetto, anche nel peggiore. Da dove prende il suo disincanto e la sua sfrontatezza?
Genea: Direi che il disincanto e la sfrontatezza sono caratteristici della tardoadolescenza, è un cinismo ingenuo frutto della paura di crescere e delle delusioni. Io soprattutto, che per parecchio tempo ho avuto un'attitudine melodrammatica degna della peggiore eroina da feuilleton francese, mi mostravo sempre disillusa e sfiduciata nei confronti della vita. Un modo molto egocentrico e masochista di affrontare i miei piccoli grandi drammi quotidiani. Il peggio è che me ne compiacevo, assolutamente demenzialadolescenziale.
Delirio.NET :Hai ricevuto ottime critiche per la tua prima prova, lodata per il suo stile particolare. Esiste una tua "ricetta" per scrivere, e mantenere ritmo e livello narrativo?
Genea: Mi fa piacere sentire di aver ricevuto ottime critiche, essendo molto permalosa e severa con me stessa ho evitato come la peste di leggere qualsiasi commento ai miei scritti. Per quanto riguarda il mio stile ho cercato di rendere con periodi brevi e secchi la velocità dei pensieri, ho evitato di mettere fronzoli, paroloni e metafore ardite che non fanno parte del mio linguaggio e ho cercato di essere il più diretta possibile con chi mi leggeva. Per farla breve scrivere come si magna è un buon modo per non scadere nell'artificiosità e nel ridicolo.
Delirio.NET :Hai pubblicato "Diaro di una ragazza schifata" a soli 21 anni. Com'è nato il tuo primo libro e come lo trovi oggi, a distanza di tempo?
Genea: In realtà è nato molto prima dei miei 21 anni, il primo di quei racconti risale addirittura alla soglia dei miei 19 anni. E a essere sincera del tutto non ho mai avuto minimamente velleità letterarie, questi scritti non nacquero assolutamente come racconti, erano mail che scrivevo ad un mio amico con cui avevo una fitta corrispondenza. Adesso non so nemmeno se sia ancora vivo, fatto sta che all'epoca tenevo molto al suo giudizio e per rendere particolari le mie lettere e gli episodi che gli raccontavo cercavo di colorirli il più possibile, soprattutto tenendo conto della sua passione per Bukowski e la beat generation. Col tempo si sono accumulati gli episodi e poi quando con lui è finito il rapporto epistolartelematico ho cominciato a scriverli esclusivamente per me stessa. Non ricordo bene la dinamica ma mi capitò di scrivere un racconto per la rivista Blue dal disgustoso titolo de "La busta di carne", il sor Coniglio mi chiese se avevo altro da sottoporgli e io gli ho mandato queste mail/racconti. A distanza di tempo mi rendo conto che artisticamente i miei racconti non sono granchè, sono piacevoli e scorrono via in fretta e credo che questo sia il loro grande pregio. Comunque non li rileggerei nemmeno sotto tortura e ringrazio Satana di avere una memoria piuttosto corta, immagino che ci siano parecchie cose che oggi mi farebbero arrossire. Soprattutto il lato lagnoso gotico.
Titolo: Diario di una ragazza schifata Autore: Genea Anno: 2004 Editore: Coniglio Editore Prezzo: 5 euro
L’esperienza della pioggia
Una nuova raccolta di poesie dopo la felice parentesi di Cosmo Blues Hotel. Stefano Lorefice torna con un libro intenso e coinvolgente, dal linguaggio contemporaneo e dalla struttura molto particolare, che l’autore stesso spiega. Una dualità con un solo denominatore comune: la consapevolezza che “la poesia è un donarsi e un donare”.
Delirio.NET :Due sezioni, Corpo/Città e Corpo/Frontiere, in cui hai inserito le tue poesie: ci spieghi questa divisione?
S.L.: Inizialmente il “corpus” del libro era unico. Non c’era la divisione attuale, poi, rileggendo e sistemando i vari versi, ho notato una ricorrente dualità di fondo. Ho così deciso di dividere la silloge in due parti distinte: Corpo/Città e Corpo/Frontiere, e di riunire all’interno di queste le poesie che più si armonizzano all’uno o all’altro concetto. “Corpo” è una parola complessa, certamente rimanda ad un’istintiva fisicità, in termini sensuali si rifà, appunto, ai sensi in modo intimo e radicato, ma la parola corpo ha anche un significato di creazione, di qualcosa che viene fatto… e ne L’esperienza della pioggia c’è un incastro fra corpo ed azione, fra fisicità e creazione. Venendo ai due termini Città e Frontiere, beh, lì la questione entra nello specifico delle due parti, ovviamente. La parte Corpo/Città è più rivolta ad uno sguardo verso l’esterno, anche se poi si parte sempre da un’esperienza sensuale interna, quindi corporea. La parte Corpo/Frontiere scava forse più a livello intimo/autobiografico. Ma sono delle cifre d’interpretazione mie, che non corrispondono necessariamente a ciò che il lettore vedrà o scorgerà nel libro. In fondo fare poesia è un donarsi ed un donare: quindi presuppone una sorta di perdita di possesso nei confronti della parola scritta e di parti di sé, che vengono acquisite da persone con esperienze differenti… e filtrate attraverso queste ultime.
Delirio.NET :Parola al poeta. Un verso da Corpo/Città: “Stringiamoci/anche se non sappiamo come”.
S.L.: Oggi mi pare di vedere tanta/troppa gente nello scompiglio, precipitata via, che non sa per dove, e nemmeno perché. Però vedo anche che la gente, lo si legge negli occhi di molti, ha ancora bisogno e voglia di un contatto con gli altri, e questo mi fa ben sperare, anche se ormai pochi si prendono la briga di ammetterlo, e molti non sanno più nemmeno come. Insomma, se da un lato lo sfacelo è sotto gli occhi di tutti, io credo che comunque ci sia ancora una voglia di dare, un bisogno basilare che la specie “uomo” ha della specie uomo; un bisogno che ci tiene comunque nell’adesso, vivi e presenti. Anche se non sappiamo come.
Delirio.NET :Parola al poeta. Un verso da Corpo/Frontiere: “C’è bisogno di ogni scazzo/ per scrivere una poesia”.
S.L.: Scrivere un poesia non è solo una questione di sillabe, ritmo, rime, figure retoriche. E’ anche una questione di stomaco, di rabbia, di ma, forse, però e perché. Non si può prescindere dalla conoscenza della scansione ritmica, sillabica ecc… anche perché ci si libera da queste cose, ammesso che ci si voglia liberare, soltanto inquadrandole bene e sapendo dove stanno e come girarci attorno; sempre che lo si voglia, e questa è una scelta che ogni poeta fa, condivisibile nell’uno o nell’altro senso. Allo stesso modo non si può prescindere dall’intimo, dal dentro: poesia è con-prendere queste due cose. Nel senso di capirle, e nel senso di prenderle con sé e farsene carico.
Titolo: L’esperienza della pioggia Autore: Stefano Lorefice Anno: 2006 Editore: Campanotto Editore Prezzo: 8,50 euro
Uno in diviso
Uno e diviso: io, l’Italia, due gemelli con il corpo a forma di ipsilon, la Chiesa, l’aborto, i Pacs, l’omicidio, il terrore di uno sfruttamento fisico e intellettuale, il terrore di una spaccatura. Un romanzo che è un presagio, una fulminante premonizione. Una storia che descrive il crollo delle dicotomie contemporanee e ricorda il Pasolini degli ultimi film. Un terremoto che muove tutte le coscienze. Prima d’ora nessuno aveva mai osato tanto. Aldice Pierantozzi ci parla del suo esordio letterario.
Delirio.NET :La tecnica dei dialoghi dove spiegare opposte tesi vanta una lunga tradizione. Attraverso i due protagonisti indivisi, esponi tesi attuali che accendono ogni giorno dibattiti e infiammano le coscienze. Come definiresti il libro Uno in diviso?
A.P.: Lo definirei un romanzo postmoderno nel senso specifico del termine, nonostante la forte classicità stilistica. Cioè una storia in cui i personaggi si muovono ammortizzando i loro desideri nel sapere e nella conoscenza e circoscrivono l’insieme delle loro motivazioni alle credenze e alle informazioni che gli vengono propinate ogni giorno, alle intenzioni che orientino l’agire a uno scopo conoscitivo, come insegna DeLillo. La mia intenzione era quella di scrivere una cosa ancestrale e al contempo modernissima, una specie di mito del XXI secolo in cui inserire Cogne e “Profondo rosso” sullo stesso livello. A volte si è cercato di addossare all’arte ogni responsabilità come causa di vita, e si è sviato il problema. L’arte – diceva Kubrick – rimodella la vita ma non la crea, non la produce. Definisco questo libro come un romanzo che rimodella la vita e l’orrore della modernità: orrore filosofico, religioso, politico…
Delirio.NET :Cito dal tuo romanzo: "I libri ci hanno insegnato che la metafora ha un significato indispensabile". Che rapporto hai coi libri e cosa ti piace leggere?
A.P.: Ti dico solo questo: leggo un libro al giorno. Quindi leggo davvero di tutto, quasi tutto quello che passa la piazza.
Delirio.NET :Il tuo romanzo tocca vertici di orrore e filosofia assoluti. Ci spieghi la sua gestazione e come ti sei preparato per scriverlo?
A.P.: L’ho scritto in due settimane, a settembre. Prima ho studiato attentamente il discorso del filosofo Severino fatto a Ferrara l’anno scorso, e il primo tema che ho trattato nella stesura è stato quello dell’aborto. Poi mi sono preparato leggendo e vedendo le opere di Pasolini, che resta il mio primo imprescindibile modello. Ho letto anche qualcosa di Tommaso D’Aquino e di Duns Scoto per quanto riguarda la tematica dell’infinità. Per il resto ho visto tanti film horror, soprattutto di Dario Argento. Insomma, mi sono preparato così.
Titolo: Uno in diviso Autore: Alcide Pierantozzi Anno: 2006 Editore: Hacca Prezzo: 12 euro
Sul conformismo di sinistra
Alessio Degli Incerti ci presenta Fulvio Abbate. Abbate scrive un pamphlet interessante, assolutamente attuale, in cui si interroga su una figura, una tipologia sempre più diffusa sulla scena sociale e culturale italiana: il conformista di sinistra, ovvero colui che ha perduto il suo ruolo originario, quello di tagliare la testa al re, di combattere i potenti, per nascondersi in un perbenismo accigliato. Pur non rinunciando all’equivoco della sua professione di progressismo o addirittura di alterità culturale, il conformista ha un animo poliziesco, da guardiano, crede nel controllo sociale fermamente ed elegge a propri modelli Donatella Versace e Carla Bruni…
Delirio.NET : Da cosa nasce questo pamphlet, da quale urgenza?
F.A: Nasce da un’urgenza di chiarezza, ovvero chi sono io e chi sono gli altri. Da che parte sto io e gli altri.
Delirio.NET :Crede che esista ancora, che si possa ancora parlare di un pensiero di sinistra radicale? Oppure tutto è perduto?
F.A.: Se ne può parlare nel momento in cui questo pensiero si manifesta. Esiste il problema della praticabilità. Quello che impedisce tale praticabilità è il dominio mediatico, nel senso che nel campo dei media la rabbia o anche un semplice sentimento di opposizione all’esistente non ha diritto di cittadinanza. Personalmente in quanto scrittore mi rifiuto di consegnare qualsiasi delega, fosse anche la sinistra tout court a richiedermela, perché col passare del tempo mi sento vicino ad una posizione antiautoritaria, libertaria, espressamente anarchica.
Delirio.NET : E’ ancora possibile o soltanto auspicabile la presenza e l’azione di un vero operatore culturale? Penso a Italo Calvino o a Elio Vittorini.
F.A.: Gli operatori culturali in senso proprio dovrebbero essere i professori, dalle elementari alle università passando per gli istituti professionali; delle figure provenienti dal mondo culturale dovrebbero rappresentare dei punti di sintesi, ma tutto questo oggi è molto difficile, rispetto alla complessità degli elementi in campo.
Delirio.NET : Lei è uno studioso di Pier Paolo Pasolini. Cosa pensa che direbbe oggi del nostro Paese?
F.A.: Sono convinto che Pasolini ha potuto esistere solo nelle condizioni che noi conosciamo fino agli anni Settanta, ovvero avendo intorno un contesto politico-culturale giovanile, un brodo di cultura particolare. Oggi non mi pare che tutto questo ci sia più. Ciononostante Pasolini riesce a parlare ancora adesso, però è assolutamente straziante rendersi conto della marginalità nel presente di un pensiero di opposizione.
Titolo: Sul conformismo di sinistra Autore: Fulvio Abbate Anno: 2006 Editore: Gaffi Editore Prezzo: 4 euro
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