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Tittyna
La rete le ha dato la possibilità di esprimere se stessa, di lasciare divampare quel fuoco e liberare quella passione per la scrittura che la accende e la tiene viva. Il suo personaggio è legato al mondo dei blog, un fenomeno che ha preso piede da qualche anno, di cui si parla sempre più spesso e di cui è già stato sviscerato (quasi) tutto. Uno spazio personale in cui viene letta e seguita, un successo che la spinge a spostarsi e a creare nuove collaborazioni. Sua la rubrica Spunti di vista sul portale Mentelocale. Grazie al suo lavoro creativo e costante, viene citata da importanti riviste di settore quali IdeaWeb o dal seguitissimo mensile Cosmopolitan. Attraverso il mondo digitale, approda alla carta stampata: è lei una delle autrici dell’antologia Tua con tutto il corpo (Ed. LietoColle), uscita a Giugno di quest’anno. Delirio.NET le dedica uno spazio speciale, questa settimana, ospitando un suo racconto inedito che Tittyna ha scritto e ci ha donato. Lo staff vuole dividerlo coi suoi lettori. Invitandoli a dare un’occhiata ai link che ha raccolto alla fine della storia, dove scoprire tutto, ma proprio tutto sull’autrice. Buona lettura!
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Elisa
Elisa, avvolta da un buio fumoso nel piccolo spiazzo antistante il locale, guardò il cellulare per controllare l’orario. Lo faceva spesso quel gesto, di controllare l’orario sul cellulare, in cuor suo sperando sempre di trovarci un messaggio o una chiamata andata persa, tenendo pronta per se stessa la scusa di controllare l’orario, qualora non ci fosse stato nulla di tutto ciò. Come stavolta. Osservò le cifre, il logo di una diavoletta nuda e sorridente tra le peccaminose fiamme dell’inferno, ingoiò la delusione e lo ripose bruscamente nella borsetta. Tirò fuori un pacchetto di sigarette e ne accese una, l’ennesima, convalidando così la sua giustificazione sempre pronta, ho bisogno di fumare, per uscire fuori da ogni situazione imbarazzante e prendere una boccata d’aria. E controllare l’orario. Era andata in quel locale insieme a Paola, amica e collega di lavoro, per distrarsi un po’ e per farla smettere di insistere. Erano almeno tre mesi che l’invitava ad uscire e lei, esausta, aveva esaurito le scuse e infine ceduto, nella speranza di essere finalmente lasciata in pace. La serata si era rivelata parecchio noiosa, poi Paola aveva trovato compagnia e si era dileguata, mentre lei, a parte qualche scambio di battute superficiali con un paio di ragazzi d’assalto, aveva preferito restare seduta in disparte, in attesa di qualcosa che nemmeno lei sapeva. O forse si. Gettò la sigaretta ormai consumata e guardò nuovamente il cellulare per convincersi, qualora fosse ancora necessario, che erano davvero le tre di notte e che nessuno l’aveva cercata. Pensò, con sottile dispiacere, che non l’avrebbe più chiamata, che non sarebbe arrivato nessun messaggio e che avrebbe vagato ancora una volta per tutta la notte, da sola, come un fantasma, per fare ritorno a casa, al mattino, da quello sconosciuto sposato chissà perché, un anno prima. Troppa fretta, si ripeté scuotendo la testa, o forse troppa voglia di scappare da una città stretta di spalle e corta di maniche. Paola uscì dal locale all’improvviso, parlando a voce alta in preda ad un’allegria esagerata e tenendosi stretta il tizio con cui aveva ballato tutta la notte. La sua vivacità, e quella del ragazzo, non riuscirono però a contagiare Elisa che li pregò sommessamente di riportarla alla sua macchina, evitando di coinvolgerla in chissà quale altra follia. Paola rise, il ragazzo ammiccò soddisfatto, pregustando il lieto fine, e s’avviarono tutti verso l’auto di Paola, quella con cui erano arrivate lì, ore prima. Non ci volle molto, e una volta giunti sotto casa di lei scesero tutti per i saluti. - Vuoi venire su a bere qualcosa? – chiese Paola al ragazzo. - Ancora? – rispose lui divertito e abbracciandola barcollante. - Va bene, va bene, mi piace l’idea di venire su. – concluse spingendola verso il cancello baldanzoso e sicuro di sé. - Sali anche tu, Elisa? – chiese Paola con un espressione che concedeva una sola possibilità di risposta. - No grazie, ragazzi, sono stanca. Preferisco tornarmene a casa. – rispose lei senza indugio, ben felice di accontentare l’amica. Paola e il ragazzo la salutarono frettolosamente e le volsero subito le spalle, come se la risposta fosse tanto scontata da rendere superfluo pure pronunciarla, ed Elisa restò lì qualche secondo, immobile, a guardarli scomparire dentro il portone. Salì in macchina senza avere la benché minima idea di cosa fare e dove andare, ed aveva appena scartato l’ipotesi di tornare veramente a casa, quando il display del cellulare s’illuminò. Nuovo messaggio ricevuto, fece in tempo a leggere, poi la luce elettronica si spense, mentre la scritta restò negli occhi di Elisa. Attese, trattenendo il respiro e guardando attraverso il parabrezza il lungo viale buio e alberato che l’attendeva, senza sapere bene perchè. La luce s’era spenta e la scritta attendeva, impaziente, che Elisa trovasse la forza, o il coraggio, di schiacciare il tasto verde. Attese ancora, come coltivando una speranza che temeva di veder svanire non appena l’avesse fatto. Infine si decise, più per porre fine a quel batticuore che per altro. “Palazzo dei congressi, tra venti minuti” Niente altro. Niente nomi, accenni, proposte, saluti. Niente. Solo luogo e tempo di un appuntamento, niente di più. Elisa sentì il cuore accelerare e sbatterle contro il petto e in gola tanto forte da credere di vedere la camicetta sollevarsi ritmicamente ad ogni palpito. Si passò due dita sulla fronte, poi le fece scendere sotto il collo verso il petto, slacciando un paio di bottoni tanto che l’attaccatura dei seni e metà di essi uscirono allo scoperto. Li osservò per qualche secondo, compiacendosi intimamente dell’effetto visivo, poi mise in moto e partì. Da viale Marconi al palazzo dei congressi, a quell’ora, non ci volevano più di dieci minuti, forse anche meno, eppure Elisa non poté fare a meno di notare che stava correndo troppo. Non era fretta, però. Era eccitazione. Non aveva la minima idea di cosa l’aspettasse, di cosa sarebbe accaduto e come, tuttavia stava andando e sarebbe andata, niente era più sicuro di quello. Niente, in quel momento, era più importante. Quando spense luci e motore, fermandosi nel parcheggio adiacente al palazzo, erano trascorsi tredici minuti dalla ricezione del messaggio. Elisa prese il cellulare dalla borsetta e lo appoggiò al cruscotto, con il display bene in vista nel caso s’illuminasse di nuovo, poi passò in rassegna i dintorni. Notò che oltre la sua c’erano solo un paio di auto, parcheggiate poco distante. Nessuno all’interno, nessuno nei dintorni, e giusto qualche rara macchina a transitare sulla strada adiacente, quella che da via delle tre fontane attraversa viale Europa per raggiungere il laghetto artificiale dell’Eur. Al minuto 18 Elisa accende una sigaretta ed abbassa il finestrino, per lasciare uscire il fumo e osservare meglio i dintorni. Immagina di vederlo arrivare a piedi, avvolto dal suo spolverino nero di pelle, lungo fino agli stivali, e sorriderle con dolcezza e malizia. Immagina di vederlo arrivare in macchina e parcheggiare accanto alla sua, con quella luce negli occhi che è presagio di amore e sesso senza freni. Al minuto 19 getta fuori del finestrino più di mezza sigaretta, per accendere la luce di cortesia e guardarsi nello specchietto. Soddisfatta, ma con le mani che le tremano, come sempre le accade quando è troppo eccitata, la spenge e torna ad osservare la camicetta mezza aperta. Con un rapido gesto sgancia e sfila il reggiseno e lo getta sul sedile posteriore, poi sgancia un altro bottone e i suoi seni, perfettamente modellati e sodi, si mostrano adesso in tutta la loro bellezza. Prova alcuni movimenti del busto per accertarsi che sporgano abbastanza ma senza permettere ai capezzoli di uscire poi, soddisfatta, torna ancora a guardare fuori, nella speranza che qualcosa preannunci il suo arrivo. Al minuto 20 il display del cellulare s’illumina, segnalando l’arrivo di un nuovo messaggio. Stavolta Elisa non aspetta neanche un secondo, e afferra il telefono schiacciando insieme il tasto verde. “Prendi la strada alle tue spalle. La prima a destra, parcheggia nel piazzale alla tua sinistra. Tra 5 minuti.”. Elisa ingoia a fatica la saliva e tenta di trattenere il cellulare tra le mani sudate e tremanti. Non le riesce. Per sua fortuna le cade sul sedile accanto senza proseguire la sua corsa, altrimenti ritrovarlo sotto i sedili sarebbe stato davvero troppo, per lei. Accende luci e motore con il cuore impazzito, si passa le mani umide sulla gonna corta poi segue alla lettera le istruzioni. Svolta a destra, in una stradina stretta e buia ed a metà strada vede sulla sinistra un piazzale quadrato circondato da un alto palazzo a ferro di cavallo, che lo protegge da tre lati lasciando aperto solo quello d’ingresso. Di giorno, sicuramente, offre parcheggio ai dipendenti di qualche società che ha lì i suoi uffici. Una decina di alberi, disposti su quattro linee, completano la mimetizzazione del posto, rendendolo nascosto a chiunque già non lo conosca. Elisa accende gli abbaglianti per orientarsi meglio in quel luogo sconosciuto, poi s’inoltra nel parcheggio dal fondo ciottolato che fa sobbalzare la macchina e aumenta ancora di più la sua ansia. Ci sono altre auto parcheggiate, ed è strano, visto che è notte e gli uffici sono chiusi e non ci sono abitazioni private lì vicino. Elisa fa un mezzo giro guardandosi bene attorno, poi sceglie l’angolo più lontano, quello più buio e nascosto, volta l’auto con il posteriore verso il muro e spenge nuovamente il motore e i fari. Il tremore delle mani cresce tanto velocemente da convincere Elisa a voltare il cellulare in modo da avere davanti agli occhi il display ma senza doverlo trattenere, così da evitare nuovi guai. Il finestrino, rimasto aperto, le rimanda un silenzio caldo, ovattato, appena interrotto dal rumore delle foglie, mosse da qualche raro soffio di vento. Non è certa che in quella macchina davanti a lei non ci sia nessuno anzi, sforzandosi di penetrare il buio fitto le pare di scorgere, in almeno un paio di macchine, delle teste al posto di guida. Pensa immediatamente a lui, e che presto scenderà dall’auto per andarle incontro. Potrebbe anche non essere lui, però. Potrebbe essere chiunque, in verità. Elisa percepisce dentro di sé un sentimento molto simile alla paura. In fondo quel luogo è molto pericoloso e se le dovesse accadere qualcosa probabilmente nessuno correrebbe in suo aiuto. No, nessuno si accorgerebbe di nulla. Elisa pensa a lui, e la paura svanisce di colpo. È stato lui a condurla lì, lui a portarla per mano in quel posto quindi lui c’è, è presente, e nulla le può accadere, se c’è lui. Al minuto 5 il display s’illumina ancora. Elisa distoglie immediatamente lo sguardo dalle macchine che ha intorno sfregando più volte i palmi della mani sulla gonna prima di prendere il telefono. “Il reggiseno l’hai già tolto. Ora sfila le mutandine e getta tutto fuori dal finestrino.”. Elisa sente battere violentemente le vene delle tempie. Il buio, davanti a lei, adesso è cosparso di mille piccole lucine bianche che sa benissimo essere un prodotto della sua immaginazione. Anche questo fa parte del suo essere eccitata, per lei è una cosa normale. C’è la partecipazione attiva di tutto il suo corpo, di tutto il suo essere. La vista appannata, le mani tremanti, la pelle tanto sensibile da rivestirsi interamente di brividi e scosse, il battito accelerato oltre ogni limite. Il respiro corto. E la mente, beh, non c’è spazio per niente altro che non sia il “qui e ora”. Non esistono altri pensieri, altri momenti, altri luoghi. In quel preciso istante non esiste domani e nemmeno ieri. Non ci sono nomi, indirizzi, numeri da ricordare, case a cui tornare. Esiste solo quell’eccitazione, il corpo attivato in tutta la sua vastità, la mente in perenne attesa di qualcosa. Trascorrono secondi lunghissimi, poi Elisa fa scivolare le mani sotto la gonna, solleva il sedere quel tanto che basta a lasciare che il sottile tessuto delle sue mutandine passi oltre e raggiunga i piedi, che solleva per recuperarle. Allunga il braccio dietro per riprendere il reggiseno poi sporge la mano con gli indumenti fuori del finestrino. Il bianco luminoso del suo intimo sembra davvero accendere la notte. Elisa agita alcune volte la mano, come se quegli indumenti fossero il drappo rosso di un torero, il braccio teso verso l’alto, per mostrarli a chi nell’ombra, sicuramente, la sta attentamente osservando, infine li lascia cadere in avanti, verso il muso dell’auto, cosicché sia possibile vederli anche una volta a terra. Nella mente di Elisa adesso c’è spazio solo per il soddisfacimento. Quel gioco le sta piacendo troppo perché possa ancora durare a lungo. No, adesso lui apparirà, ne è sicura, adesso verrà a completare quello che lui stesso ha cominciato e c’è solo un modo, uno solo, per farlo. Entrambi, ne è sicura, sanno qual è. Elisa chiude gli occhi e lascia che due dita scorrano giù, lungo il collo e fino al seno, dove scopre un capezzolo duro da farle male, e di cui non s’era neanche accorta. Li riapre, certa di trovarselo davanti e invece no, lui non c’è. C’è un altro messaggio, però. “Brava, tesoro. Ora scendi, e poggia le mani e i gomiti sul cofano.”. Elisa s’illumina quasi quanto il suo telefonino. C’è finalmente un apprezzamento per lei, e un appellativo affettuoso. Non pensa che lui la conosce troppo bene, che sa troppo di lei per non sapere come fare a trascinarla in questi giochi. Non pensa nulla, Elisa. Scende dall’auto, chiude lo sportello e si adagia con il petto seminudo sul cofano ancora caldo, tremante e con il cellulare poggiato davanti agli occhi, il display bene in vista, la testa che gira tanto velocemente da farle temere si sviti dalla base del collo. È solo un secondo, e il telefono s’illumina ancora. “Slaccia la gonna e lasciala scivolare ai piedi. Non voltarti, per nessun motivo, finché non sentirai la mia voce.”. Elisa non torna nemmeno al menù principale. Con una sola mano slaccia il bottone, fa scorrere la lampo e la gonna scivola giù lungo le gambe fino ai piedi, silenziosamente. Li solleva uno alla volta e ne esce fuori senza voltarsi ne sollevare la schiena. Prona, nuda, le gambe leggermente divaricate, Elisa adesso è alla mercè di chiunque capiti lì in quel momento, fosse pure per caso. Sarebbe tanto difficile equivocare la sua posizione quanto giustificarne i motivi. Elisa chiude gli occhi e trattiene il respiro, mentre pensa che niente può essere più violento e forte di quello che sta provando adesso e che qualunque cosa accadrà, sarà comunque valsa la pena di affrontarla. La vita, la passione che circola in ogni angolo del suo corpo e lo stato di torpore vigile di cui è preda dimostra semplicemente quanto è grande il potere dei sensi, del corpo, delle sostanze chimiche generate da quell’eccitazione, più potenti di qualunque droga, di qualunque altra emozione. Lei stessa, ora, è pura emozione, totale sensorialità; senza pelle, o meglio, con una pelle tanto ricettiva da percepire ogni singolo brivido come unico e irripetibile, ognuno di essi il picco più alto, ognuno puntualmente sovrastato dal susseguente, in una continua escalation di micro-orgasmi superficiali e preparatori. Lascia che la sua mano scivoli un attimo sulla sua natura, poi la riporta davanti al viso. Il profumo forte e intenso che la raggiunge la stordisce ancora di più. È pronta, pronta per lui, pronta per tutto. Qualunque cose le stia per riservare questa notte, lei è pronta. Pronta a ricevere, pronta a donare. Il suo corpo, nudo e indifeso, è lì, fremente, umido e caldo, unicamente per farsi strumento di piacere altrui e piacere esso stesso. Il silenzio esplode ed Elisa smette di ascoltare con le orecchie permettendo al tumulto del cuore e del corpo di avvolgerla come le percussioni di un rito tribale. S’immagina circondata di uomini nudi che ballano intorno a lei, alla luce dei fuochi, battendo le mani su tamburi fatti di pelli, inneggiando a lei non come a una vittima sacrificale di un culto pagano, ma come una Dea dispensatrice di gioia, nutrimento e beatitudine. La mano che si posa sulla sua schiena la fa sobbalzare ma torna subito ferma, gli occhi ben chiusi, il viso rivolto verso il basso. Le mani diventano due e si fanno ardite, curiose, esploratrici di quel corpo offerto generosamente in dono. Si aprono la strada e raggiungono il centro caldo e pulsante di quel corpo prezioso, poi le dita scivolano dentro, dove il calore è fortissimo e l’umido si scioglie in liquido. A quelle mani, inaspettatamente, se ne aggiungono altre. Elisa vibra, una scarica di tremiti e brividi la percorre dalla testa ai piedi fino a quando, finalmente, sente il sesso di qualcuno entrare dentro di lei. Si spinge contro con foga, con desiderio tanto forte e represso da essere lei a sbattere contro di lui ripetutamente, invece che il contrario. Non pensa a nulla, Elisa, non chiede nulla. Decide solo di lasciare a lui il comando, di lasciare che sia lui a decidere il ritmo e l’intensità. E lascia che il mondo intero, intorno a lei, giri tanto veloce e vorticoso da non sapere più dove, come, con chi e nemmeno perché. Solo il piacere, la voglia, la bramosia, i liquidi infiammabili sempre più infiammati, i gemiti trattenuti e poi liberati, gli “ancora” e i “basta”. Dietro di lei sente qualcuno dire “voltati adesso”. Per Elisa è tornare al mondo reale, alla verità dei gesti concreti. Apre gli occhi e lo vede sorriderle e trasmetterle un amore che mai, in vita sua, aveva visto negli occhi di un uomo. Sente qualcuno scivolare fuori di lei e si volta giusto in tempo per vedere due ombre scure dileguarsi nella notte, rapide e furtive. Poi riappare lui nel campo visivo, ancora sorridente, ancora più innamorato. Le prende le mani, la solleva, e in un bacio Elisa si scioglie in un orgasmo neanche mai sognato così forte, totale. Ti amo Elisa, le sue uniche parole.
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